Penso sia opportuno riflettere sull'uso che viene fatto delle prove di DNA acquisite a fini investigativi.
Noi tutti, ogni giorno, lasciamo tracce di DNA in quantità rilevanti. In Inghilterra criminali smaliziati raccolgono mozziconi di sigaretta presenti in luoghi pubblici, per poi depositarli nei luoghi in cui intendono consumare il loro crimine, al fine di sviare così gli investigatori. Oggi scopriamo che le autorità giudiziarie di Pavia, sulla base di "Tracce ematiche non visibili né a occhio nudo né con il luminol che sono state repertate quasi per caso dagli investigatori.", hanno deciso di incarcerare Alberto Stasi, che finora si è dimostrato pienamente partecipe al lutto della sua innamorata ed é sempre disponibile agli interrogatori della Polizia.
Qualsiasi persona che a sua insaputa abbia calpestato o meramente sfiorato una delle innumerevoli impronte di scarpa lasciate da una qualsiasi delle molte persone che hanno legittimamente, per ragioni investigative ed affettive, calpestato il sangue della vittima, per poi passare attraverso la porta, il giardino, camminare per strada, entrare in un bar, in una machina o nella stazione della Polizia, dovrebbe, a rigor di questa logica semplicistica, essere considerata o indiziato o colpevole.
Il fatto che una di queste micro tracce sia passata sotto la scarpa di qualcuno, che abbia poi usato la bicicletta in questione, non costituisce certamente una prova, ma semmai una discolpa. Se il Sig. Stassi avesse usato la bici dopo aver sguazzato nel sangue prima di cambiarsi le scarpe, le tracce sarebbero ben più consistenti.
La faciloneria con la quale si comincia a far uso della supposta taumaturgica potenza delle cosidette "prove" di DNA, sta sconvolgendo il secolare onere di provare, oltre ogni ragionevole dubbio, la colpevolezza di un sospettato. Oggigiorno un qualsiasi schizzo lasciato, chi sa quando, da uno starnuto, ci obbliga tutti a dover provare la nostra innocenza, difronte ad un apparato investigativo che ha il totale controllo dei mezzi forensi.
Con il dovuto rispetto al duro lavoro delle oberate forze della giustizia, suggerirei di stare molto, attenti: stiamo calpestando un terreno minato che ha gravi conseguenze per tutti noi.
giovedì 8 novembre 2007
Mose
Il problema dell'acqua alta a Venezia é reale.
Il 1966 non ce lo siamo sognati. Un Mosè serve. I soldi ci sono.
Ma proviamo a riflettere un attimo su quest'opera; come da illustrazione, il tutto si appoggia sott’acqua.
Al momento necessario, la struttura si alza e blocca la marea. In altre parole, è come se ad un libro appoggiato per terra ogni tanto gli si alzasse la copertina. In teoria, "non fa na grinza".
A pensarci, ma non troppo, ci sono dei problemi fondamentali. Questa diga si appoggia sul fango e. per forza di correnti, peso, movimenti microsismici, sarà soggetta a spostamenti che avranno un effetto negativo, a lungo termine, sul posizionamento e sulla funzionalità della struttura stessa.
Trattandosi di struttura subacquea, il costo della sua manutenzione si presenta altissimo (circa € 30 milioni per ogni anno) ed, in ultimis, entro 20 anni. la medesima sarà un rottame inservibile. Nessun elemento rimane integro, sottacqua per tanto tempo. Nessuno.
E' stato previsto che nei prossimi 20 anni le maree si innalzeranno di 40 cm ed il rialzo del Mosè non basterà. In sintesi: il progetto è vecchio, mal pensato, criminalmente dispendioso e tra poco sarà irrilevante. Ma, non avevamo detto che una diga, un Mose ci serve. Yes.
Basterebbe dare un’occhiata a ciò che si fa in Olanda dove le maree sono un problema quotidiano. Le dighe immerse non si fanno più, in quanto troppo dispendiose. Si costruiscono dighe a scivolo sulla terra ferma, facilmente soggette a manutenzione e consistenti in un braccio meccanico che si posiziona come diga solo quando serve. Come una comoda porta a scivolo. Il costo di manutenzione è molto ridotto e le problematiche facilmente gestibili.
Inoltre, perchè non approfittare dell'occasione per incorporare delle turbine per la generazione di energia elettrica, che sfruttano il movimento delle maree: ghe vol poco ciò.
Il 1966 non ce lo siamo sognati. Un Mosè serve. I soldi ci sono.
Ma proviamo a riflettere un attimo su quest'opera; come da illustrazione, il tutto si appoggia sott’acqua.
Al momento necessario, la struttura si alza e blocca la marea. In altre parole, è come se ad un libro appoggiato per terra ogni tanto gli si alzasse la copertina. In teoria, "non fa na grinza".
A pensarci, ma non troppo, ci sono dei problemi fondamentali. Questa diga si appoggia sul fango e. per forza di correnti, peso, movimenti microsismici, sarà soggetta a spostamenti che avranno un effetto negativo, a lungo termine, sul posizionamento e sulla funzionalità della struttura stessa.Trattandosi di struttura subacquea, il costo della sua manutenzione si presenta altissimo (circa € 30 milioni per ogni anno) ed, in ultimis, entro 20 anni. la medesima sarà un rottame inservibile. Nessun elemento rimane integro, sottacqua per tanto tempo. Nessuno.
E' stato previsto che nei prossimi 20 anni le maree si innalzeranno di 40 cm ed il rialzo del Mosè non basterà. In sintesi: il progetto è vecchio, mal pensato, criminalmente dispendioso e tra poco sarà irrilevante. Ma, non avevamo detto che una diga, un Mose ci serve. Yes.
Basterebbe dare un’occhiata a ciò che si fa in Olanda dove le maree sono un problema quotidiano. Le dighe immerse non si fanno più, in quanto troppo dispendiose. Si costruiscono dighe a scivolo sulla terra ferma, facilmente soggette a manutenzione e consistenti in un braccio meccanico che si posiziona come diga solo quando serve. Come una comoda porta a scivolo. Il costo di manutenzione è molto ridotto e le problematiche facilmente gestibili.
Inoltre, perchè non approfittare dell'occasione per incorporare delle turbine per la generazione di energia elettrica, che sfruttano il movimento delle maree: ghe vol poco ciò.
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